Presidio del territorio #manutenzione #infrastrutture #rischioidrogeologico #rigenerazione #paesaggio #bonifica
Un sistema di proporzioni, di spazi vuoti e pieni, di giustapposizioni che ritroviamo tanto sulla scala piú ridotta che caratterizza il costruito e le modalitá insediative tradizionali delle diverse forme dell’abitare, quanto sulla scala piú ampia che storicamente ha inquadrato le relazioni socio-spaziali intercorrenti fra montagna e cittá, in termini di scambi economici e culturali, di spostamenti circolari di persone, fino al rispecchiarsi reciproco nelle epoche piú recenti della nascita del turismo.
Negli anni del secondo dopoguerra, perlomeno nei territori che hanno conosciuto il turismo di massa la distanza è andata diminuendo drasticamente, sino a collassare in tanti casi. Quella tra mondo montano e mondo urbano, innanzitutto, a causa di un avvicinarsi progressivo tra sistemi sino ad allora in relazione dialettica, laddove è la montagna del tracollo demografico e della profonda crisi dei valori tradizionali ad aver accettato di coincidere di fatto con l’orizzonte spaziale e simbolico dei poli urbani.
Il movimento dei “nuovi montanari” negli ultimi vent’anni, ha rappresentato la principale novitá rispetto ad una ritematizzazione della “giusta distanza” in termini contemporanei nel contesto alpino e appenninico. I giovani, spesso altamente qualificati e fortemente motivati, che hanno lasciato le aree metropolitane per andare a vivere e a lavorare in montagna, esprimono una tensione concreta verso nuove modalitá di riabitare le montagne: modalitá centrate sulla ricerca di un diverso equilibrio tra mondi non piú cosí distanti ma che richiedono appunto nuove forme di interazione, nuovi spazi “tra”, che garantiscano il reciproco riconoscimento tra le parti.
I “nuovi montanari” hanno contribuito in modo sostanziale a reinventare le due polaritá tra cui la distanza si dispiega: a vederle come parte di un tutto in cui lo spazio che separa è generatore di senso, è categoria della conoscenza, o piú semplicemente rappresenta il quotidiano elemento che consente la relazione tra il qui e l’altrove. In questo distanziamento, non ancora imposto per legge dalle misure emergenziali anti pandemiche, la rarefazione socio-spaziale che caratterizza oggi tanta parte delle terre alte puó allora tramutarsi in risorsa per l’innovazione, approfittando del “vuoto”.
La pandemia del Covid-19 sembra aver definito un quadro nuovo e nuove potenzialitá rispetto a questo fenomeno, in particolare per quanto riguarda le aree montane. Improvvisamente ci siamo tutti trovati a ripensare radicalmente il nostro essere nel mondo, o meglio il nostro stare.
Di fronte alla prospettiva di trascorrere a casa, o comunque in porzioni di territorio limitate, periodi significativi della nostra esistenza, le grandi cittá non sembrano piú essere i luoghi piú desiderabili per vivere. I grandi numeri di persone, la prossimitá forzosa con una folla anonima fonte di rischio, gli attraversamenti del territorio regolati da norme iper securitarie, la mancanza di natura fuori della porta di casa: sono alcuni dei fattori che sembrano spingere una parte della popolazione, perlomeno quella con le risorse culturali ed economiche necessarie, a cercare la “giusta distanza”, trasferendosi (anche in modo intermittente) verso aree meno densamente popolate, come quelle montane. Questo naturalmente a fronte della possibilitá di connessione a Internet (che consentano lo smartworking), di una infrastrutturazione di base efficiente (dal negozio di alimentari alla strada di collegamento con la cittá tenuta in buone condizioni, ai servizi di base decentrati, quali quelli per l’infanzia o per la salute) e naturalmente di possibilitá lavorative concrete (sia di lavoro a distanza, sia in loco, con la riscoperta di economie a Km zero).
Il movimento dei “nuovi montanari” sembra allora configurarsi come una possibile avanguardia, la cui portata futura è tuttavia ancora tutta da definire. Si va aprendo forse una nuova stagione nelle Alpi e negli Appennini per inventare nuove politiche dei luoghi, per immaginare e per sostenere pratiche di ri-territorializzazione, per favorire una diversa forma di (inter)connessione tra locale e globale, tra cittá e montagna. Una stagione in cui il distanziamento sociale venga trasformato progressivamente in “giusta distanza”, con il passaggio a nuove forma di stanzialitá, di radicamento locale, in contrasto con la precedente compulsione alla iper mobilitá e al nomadismo post moderno.